
"Avrà nel mondo letterario il compito di [...] suscitare preoccupazioni di serietà ed esigenze di pensiero, di critica, di stile nelle nuove generazioni". Si tratta di uno dei punti del programma di intenti del Baretti, la rivista fondata da Piero Gobetti come supplemento letterario de "La Rivoluzione liberale", sulle cui pagine si videro, tra le altre, le firme dei giovani Sapegno, Fubini e Montale. Scrivevano in anni duri, assediati dalla censura, con il fermo intento di creare un ponte tra la Torino in cui operavano e tutto ciò che il panorama europeo potesse offrire dal punto di vista di una letteratura non enfatica, mossa da impegno civile.
Tutto ciò lo carpimmo all'altezza dei capitoli centrali di un imbarazzante manuale di letteratura italiana contemporanea in programma come testo per l'omonimo esame. La tristezza di una così vile lettura, atta al conseguimento di 4 miseri cfu, spinse le nostre materie grigie in una improvvisa sete di voli pindarici e grandi imprese, e per il fortuito principio secondo il quale anche se proposti in maniera squallida i fatti degni di nota sempre notati saranno, i nostri studi furono scossi dall' acquisizione del dato di età del fondatore e della maggior parte dei collaboratori delle sopra citate riviste: molti di loro raggiungevano a stento i venticinque anni. Venire a conoscenza di ciò fu per noi il duro colpo che determinò l'inizio di queste pubblicazioni. Alla stessa età nostra quei ragazzi avevano già una rivista all'attivo, un'altra sul nascere e dovevano vedersela con il regime fascista in toto; ormai era chiaro, potevamo anche noi, grazie agli stessi mezzi, intraprendere la nostra piccola ma acerrima battaglia contro l'umiliante libro, la sua autrice e tutto ciò da essi rappresentato in termini di disturbo di questi nostri studi umanistici, scelti per romantica ansia di stimoli e di sapere. La mattina dell'esame ricevemmo l'ultima illuminazione, riguardante il nome da dare alla nostra futura rivista. Durante gli ultimi ripassi una voce si alzò più acuta delle altre: "Com'è che si chiamava quell'altra rivista? Baratti?". Baratti per Baretti fu galeotto e da lì fu chiaro che la nostra creatura non avrebbe potuto che chiamarsi "Il Gianduiotto", in onore di quell'unica vocale di differenza tra la famosa azienda dolciaria torinese e la sofferta opera di quel gruppo di giovani il cui impegno tanto è da ammirare.
Tutto ciò lo carpimmo all'altezza dei capitoli centrali di un imbarazzante manuale di letteratura italiana contemporanea in programma come testo per l'omonimo esame. La tristezza di una così vile lettura, atta al conseguimento di 4 miseri cfu, spinse le nostre materie grigie in una improvvisa sete di voli pindarici e grandi imprese, e per il fortuito principio secondo il quale anche se proposti in maniera squallida i fatti degni di nota sempre notati saranno, i nostri studi furono scossi dall' acquisizione del dato di età del fondatore e della maggior parte dei collaboratori delle sopra citate riviste: molti di loro raggiungevano a stento i venticinque anni. Venire a conoscenza di ciò fu per noi il duro colpo che determinò l'inizio di queste pubblicazioni. Alla stessa età nostra quei ragazzi avevano già una rivista all'attivo, un'altra sul nascere e dovevano vedersela con il regime fascista in toto; ormai era chiaro, potevamo anche noi, grazie agli stessi mezzi, intraprendere la nostra piccola ma acerrima battaglia contro l'umiliante libro, la sua autrice e tutto ciò da essi rappresentato in termini di disturbo di questi nostri studi umanistici, scelti per romantica ansia di stimoli e di sapere. La mattina dell'esame ricevemmo l'ultima illuminazione, riguardante il nome da dare alla nostra futura rivista. Durante gli ultimi ripassi una voce si alzò più acuta delle altre: "Com'è che si chiamava quell'altra rivista? Baratti?". Baratti per Baretti fu galeotto e da lì fu chiaro che la nostra creatura non avrebbe potuto che chiamarsi "Il Gianduiotto", in onore di quell'unica vocale di differenza tra la famosa azienda dolciaria torinese e la sofferta opera di quel gruppo di giovani il cui impegno tanto è da ammirare.
C. P.
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