mercoledì 24 dicembre 2008

Buon Natale!


La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te, Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.
U. Saba

La redazione de Il Gianduiotto augura a tutti i suoi lettori Buon Natale e un Felice 2009!

domenica 30 novembre 2008

Manzoni: un conciliatore progressista


Milano è l’epicentro del fervore culturale romantico e sede delle più accese e dibattute polemiche tra classici e romantici; luogo dove gli influssi internazionali convergono, vengono accolti e sviluppati.

Il Conciliatore, rivista fondata nel 1818 sulla base del Caffè settecentesco, diviene il manifesto della nuova poetica che sta coinvolgendo il panorama letterario italiano: il romanticismo; è la risposta italiana al discorso di Madame de Stael. La scrittrice francese infatti, nell’articolo Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni apparso sulla rivista Biblioteca italiana nel 1816 nella traduzione di Pietro Giordani, si sofferma largamente sulle possibilità delle varie lingue europee di rendere le forme metriche e poetiche dei poemi classici e riconosce che fra tutte le lingue moderne quella italiana era la più idonea per trasmettere attraverso la traduzione i sentimenti e lo spirito dei poemi omerici. Esorta così gli intellettuali italiani a cimentarsi nella traduzione di opere europee contemporanee, al fine di accostarsi ai nuovi fermenti spirituali non per imitare ma per trarne rinnovamento.

Madame de Stael ha dunque una visione educativa della cultura che si traduce in denuncia della frivolezza letteraria caratteristica non solo dei letterati ufficiali italiani, ma anche del pubblico, abituato a vedere nell’opera d’arte un prodotto di svago e non un momento di crescita e maturazione spirituale.

A rispondere alle provocazioni della scrittrice francese è Pietro Giordani, uno fra i più autorevoli esponenti della scuola purista dell’Ottocento, che approva l’esortazione della de Stael agli scrittori italiani affinché volgano il loro interesse agli studi e alle traduzioni per porre fine alla miserabile infinità de’ cattivi versi che ammorbano l’Italia, salvo poi assumere una posizione polemica nella conclusione. Infatti, sottolinea Giordani, se è vero che gli studi sono l’unica via che ne’ tempi presenti ci rimanga alla gloria (usando le parole della de Stael), è errato credere che tradurre opere moderne e straniere, sia occupazione utile e onorevole per gli intellettuali italiani, dal momento che i costumi, gli usi e i sentimenti dei popoli nordici poco hanno a che fare con la tradizione italiana.

Grande è soprattutto il contributo di Ermes Visconti che per primo, nel 1818, sistematizza sul Conciliatore le teorie di A. W. Schlegel e di Madame de Stael, che accordano ai temi storici e al rifiuto del fantastico e del superstizioso il prestigio e il primato tematico in quella che sarà la letteratura romantica.

Il dibattito sul rapporto tra letteratura e società è quello che causa maggiori scontri tra le visioni opposte di classicisti e romantici: i primi sottolineano come le opere devono emulare la perfetta bellezza dei classici antichi, moderni; i secondi invece identificano come imprescindibile la sintonia con la mentalità dei contemporanei.

Non c’è quindi da stupirsi se proprio la posizione romantica di grande apertura nei confronti di una società che sta rapidamente cambiando, permetterà la supremazia di questa sulla posizione dei classicisti.

Nonostante i grandi nomi che collaborano alla rivista e allo sviluppo culturale e letterario dell’Italia, quali Borsieri, Pellico, Pecchio e Berchet, è la figura di Manzoni quella che spicca maggiormente.

Se facciamo riferimento agli studi di Ezio Raimondi, possiamo notare come la figura del Manzoni sia interessante per quello che è il legame alla rivista del Conciliatore, ma allo stesso tempo per il suo superamento. Da prendere in esame per questo confronto, sono la prima introduzione al Fermo e Lucia e la lettera al Fauriel che Manzoni scrive il 17 ottobre 1820.
Ne la prima introduzione al Fermo e Lucia, Manzoni imposta il proprio dialogo con il pubblico secondo gli schemi della nuova retorica romantica rilanciando poi, in una versione più personale, le ipotesi e le forme del Conciliatore riguardo il problema del romanzo.

Il capitolo settimo di Avventure letterarie di Borsieri, il Pranzo, con la conversazione tra l’io che racconta, Pellico, Gherardini e uno sconosciuto oratore, mettono in luce tutte assieme quelle che sono le prospettive critiche che fanno da sfondo all’introduzione manzoniana: 1. l’Italia povera di romanzi; 2. una forma romanzesca che appartiene al genere filosofico ed all’eloquenza in quanto esprime le altre verità della filosofia intorno alle passioni; 3. la concezione per la quale non si possa intendere una letteratura davvero moderna, calata nei costumi del secolo, senza la riscoperta di un romanzo che insieme con il teatro comico, e coi buoni giornali sappia giungere all’umile cittadino, come dire a una moltitudine da educare e ingentilire attraverso la fantasia e il ragionamento (cfr. E. Raimondi, Il romanzo senza idillio, p.130).

Nel Fermo e Lucia, che si basa su quelli che sono i temi trattati da Pellico e Borsieri, viene introdotto anche il tema femminile, trattato spesso anche nella saggistica del Conciliatore, che non rimane marginale ma entra nei tessuti del romanzo. La nuova idea del romanzo e della figura femminile entra in molti dialoghi del romanzo, ad esempio il dialogo tra don Ferrante e il Signor Lucio, o nelle digressioni, come quella di Gertrude.
Manzoni si incontra con la concezione di Madame de Stael - e quindi con quella romantica - alla scoperta di un romanzo che in luogo dell’amore abbia come oggetto tutte le altre passioni degli uomini; un romanzo che allarghi il suo uditorio e arrivi non solo nei salotti borghesi, ma anche tra le campagne e i contadini.

L’escamotage di Manzoni di utilizzare un antico manoscritto sul quale basare la narrazione fa parte della tradizione letteraria alla quale aveva aderito l’inglese Scott per la stesura del suo romanzo, ma anche di quella che può essere fatta risalire ad Ariosto nell’Orlando Furioso; nell’opera manzoniana però assume connotazioni diverse. Il manoscritto esaminato nell’introduzione del Fermo e Lucia e ripreso più volte nel corso dell’opera, concentra una serie di tematiche che si riconducono alla querelle culturale del momento e apre la possibilità a riflessioni che riguardano contenuti e scelte contenutistiche, linguistiche e stilistiche che saranno poi il filo portante del romanzo stesso.

La prima considerazione che va fatta, riguarda la figura del narratore erudito. Già dall’introduzione del Fermo e Lucia, infatti, egli discorre con il pubblico riguardo i dubbi che potrebbero venire al lettore, che privato del manoscritto originario non può avere un riscontro di quelli che sono gli usi, i costumi e i fatti del tempo narrati da Manzoni. La costruzione di quest’io narrante non è altro che il double di Manzoni, l’editore del manoscritto, che si costituisce su quella che è la figura del letterato secondo gli ideali del Conciliatore (esperto conoscitore delle scienze, dell’economia e delle tecniche e non solo quindi di materia letteraria), ma al tempo stesso mediato o integrato dal moralista della Morale cattolica, dal critico delle Lettere e dallo storico dell’Adelchi. E’ un narratore enciclopedico ancora incerto sul proprio destino ma deciso a trarre partito da ogni esperienza per costruirsi la sua identità.

Quello che può dunque risultare antilirico perché processo di ricerca e di maturazione del narratore stesso, viene sfruttato ad arte da Manzoni che lo inserisce all’interno di una narratio e, ricollegandolo al sistema ideologico del Conciliatore, fa sì che la narrativa diviene la chiave di volta di una letteratura veramente moderna, tale da svolgere filosoficamente le fila delle nostre presenti passioni e de’ nostri costumi.

Il romanzo manzoniano, dunque, propone molte delle innovazioni della poesia non tollerate dal vecchio sistema letterario, cioè quelle strettamente legate al rapporto che viene ad instaurarsi tra letteratura e società evidenziato dal rinnovamento letterario dello stesso Manzoni: la corruttela delle lettere non può essere altro che smarrimento, o pervertimento delle idee, a meno che precisa, non si voglia ammettere una letteratura che non sia composta da idee.

La seconda considerazione riguarda la maschera del narratore che commenta un manoscritto del passato e sotto la quale si cela Manzoni. Tale figura è interessante per mettere in luce come Manzoni sviluppi l’idea della contrapposizione romantica tra una vecchia e una nuova letteratura e al tempo stesso permette all’autore di aprirsi uno spazio attraverso un discorso critico che funge da autocoscienza del romanzo al fine di sottolineare il proprio distacco dalla tradizione; ma anche per concedersi il diritto di ridiscuterle alla luce di una modernità che segna la nascita del romanzo storico.

Aveva trascritta fino a questo punto una curiosa storia del secolo decimosettimo, colla intenzione di pubblicarla, quando per degni rispetti anch'io stimai che fosse meglio conservare i fatti e rifarla di pianta. Senza fare una lunga enumerazione dei giusti motivi che mi vi determinarono, accennerò soltanto il vero e principale. L'autore di questa storia è andato frammischiando alla narrazione ogni sorta di riflessioni sue proprie; a me rileggendo il manoscritto ne venivano altre e diverse; paragonando imparzialmente le sue e le mie, io veniva sempre a trovare queste ultime molto più sensate, e per amore del vero ho preferito lo scrivere le mie a copiare le altrui; stimando anche che chi ha una occasione per dire il suo parere sopra che che sia non debba lasciarsela sfuggire. (A. Manzoni, Introduzione del Fermo e Lucia)

La Prima introduzione al Fermo e Lucia ha però anche un particolare interesse anche per quanto riguarda la questione linguistica. Ci riferiamo all’autocritica di un linguaggio letterario, un codice narrativo, che si rifà al pastiche letterario in direzione della prosa saggistica del Conciliatore. E’ una riflessione che Manzoni apre a partire proprio dal linguaggio seicentesco del manoscritto il quale deve essere ripulito perché dimentico della purezza propria della lingua del cinquecento dovuta alla corruttela causata dalla dominazione straniera.

Si direbbe che veramente il reo gusto del secolo si fa sentire nello stile del vecchio scrittore ma che però vi è una certa fragranza (dico bene?) di lingua che ben fa vedere che di poco era spirato quell'aureo cinquecento, quel secolo nel quale tutto era puro, classico, lindo, semplice, nel quale la buona lingua si respirava per così dire coll'aria, si attaccava da sé agli scritti, dimodoché, cosa incredibile e vera! fino i conti delle cucine e gli editti pubblici erano dettati in buono stile. Che se nel secolo susseguente tutto si alterò, almeno almeno la corruttela non era straniera, era un lusso un abuso delle ricchezze patrie, una sazietà del bello o almeno non si leggevano ancora libri francesi, perché la Francia non aveva ancora quegli insigni scrittori che per disgrazia delle lettere ebbe dappoi. (A. Manzoni, Introduzione del Fermo e Lucia)

Gli avvii della riflessione linguistica manzoniana coincidono con l’introduzione al Fermo e Lucia dove Manzoni lavora per abbandonare quelle che sono le esperienze poetiche giovanili; la stesura del romanzo storico, che poneva al centro del discorso personaggi umili e popolari, gli fa apparire la su lingua inadeguata e in particolare la sua lingua che definisce un composto indigesto, cioè una mescolanza di toscano letterario e lombardismi e francesismi. Manzoni inizia poi la stesura della I edizione cercando di ottenere una maggiore uniformità linguistica fondata sul toscano della tradizione letteraria.
Il viaggio a Firenze di Manzoni del 1827 segna però la svolta linguistica del romanzo, quando Manzoni si convince che è l’uso vivo del fiorentino quello che rappresenta la lingua comune e che è la via per l’unificazione linguistica nazionale. Ma l’aspetto rilevante di questo processo è soprattutto la conquista di uno stile semplice, attraverso l’assorbimento nella struttura del romanzo dei modi dell’oralità, che utilizzano e il dialogo e il narrato.

L’aspirazione del romanzo per gli uomini del Conciliatore, non è solo un nuovo modo di scrivere, ma è anche il terreno sul quale si possono tentare nuovi sperimentalismi stilistici, narrativi e linguistici. Questa volontà di sperimentazione è propria di quella letteratura filosofica che sfrutta in primo luogo le risorse della parodia e della satira e ci ragiona sopra fino a convertire in oggetto di dialogo gli stessi artifici compositivi del discorso (cfr. E. Raimondi, Il romanzo senza idillio p.142). La lingua non esprime più solo una logica ma diviene essa stessa cultura.Manzoni nell’introduzione al Fermo e Lucia che mette in luce le idee romantiche del Conciliatore, pone le basi per quella che sarà la nuova letteratura: una letteratura fondata sul romanzo e sulla lingua italiana nazionale.
Atlier


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venerdì 21 novembre 2008

Norwegian Wood



Murakami Haruki, Norwegian Wood, Einaudi, Torino 2006


La storia che viene narrata è un lungo flashback di un ragazzo ormai adulto, di nome Watambe, che ripercorre la sua adolescenza in quello che è stato il suo percorso di formazione sentimentale in un periodo complesso per la storia del Giappone, ossia la rivoluzione studentesca.

Attraverso l'io narrante, che in questo caso è il protagonista stesso, veniamo calati nella realtà psicologica di un ragazzo universitario che, non consapevole delle proprie qualità, si sente sempre come una voce fuori dal coro, assalito da dubbi che lo portano a domandarsi di continuo cosa e dove abbia sbagliato.

Alla continua ricerca dell'autenticità, non si ferma alle apparenze, vuole andare oltre quelle che possono essere le convenzioni e si rende conto che le persone fuori dagli schemi sono poche, anzi pochissime.

Sono numerosi i personaggi che Murakami ci presenta, ma non di tutti sappiamo l'evolversi della vita...Sturmtruppen è uno di questi, personaggio bizzarro, da abitudini maniacali che di punto in bianco scompare di scena e di lui non si saprà più nulla, anche se resterà nei ricordi del protagonista.

" [...] -Sai che sei proprio barvo? E anche la casa è pulita.

-E' l'influenza di Sturmtruppen. Mi ha trasmesso il suo amore per la pulizia. Con grande gioia dei miei padroni di casa che dicono che gliela tengo benissimo. [...] (p.357)"

Passeggiando per le strade di Tokyo, dove studia, rincontra una sua vecchia amica dei tempi del liceo, Naoko, che non aveva più rivisto dopo i funerali del migliore amico Kizuki, ragazzo di lei e miglio amico di Watambe. Comincia così la loro frequentazione e cresce l'innamoramento di lui nei confronti della giovane. Ma anche la ragazza, come Stumtruppen di punto in bianco svanisce e solo dopo parecchio tempo, grazie ad un'imperterrita ricerca, Watambe verrà a sapere che è ricoverata in un centro per la cura di malattie mentali. La vita di Watambe però, non si ferma, continua a scorrere e all'università fa la conoscenza di Midori, una ragazza eccentrica e stravagante che proprio per il suo modo anticonvenzionale, colpisce il nostro protagonista.

"[...] Nel frattempomi ero accorto che una delle ragazze mi lanciava continuamente delle occhiate. Aveva i capelli cortissimi, gli occhiali da sole scuri, e portava un minivestito bianco di cotone. Dato che non mi sembrava di conoscerla, continuai a mangiare, ma a un certo punto all'improvviso si alzò e venne verso di me. Appoggiò una mano sull'orlo del tavolo e mi chiamò per nome [...] (p. 66)"

La ragazza, sebbene impegnata sentimentalmente, si lascia trascinare dall'attrazione che ha per Watambe e lo porterà a compiere azioni tanto bizzarre quanto imprevedibili.

A fianco del nostro studente, compare un altro ragazzo, Nagasawa, giovane del collegio spregiudicato e dal fascino irresistibile, che dopo varie vicende si verrà a delineare come cinico e crudele. E' il classico personaggio che per la sua disinvoltura ammalia gli innocenti e a questi si contrappone, portando all'interno del romanzo la corruzione morale secondo la filosofia io sono io e loro sono loro che lo porta a giustificare qualsiasi azione dettata dall'istinto. Ad accomunare i due giovani e la lettura comune fdi romanzi non usuali tra i giovani del tempo, come ad esempio Il Grande Gatsby; particolare che delinea sempre più i due personaggi come facce della stessa medaglia, entrambi alle prese con la società contemporanea che fanno percorsi diversi per emergere anche se hanno esperienze comuni.

Tra tutte queste esperienze, il giovane Watambe deve fare i conti con il cuore: da una parte l'amore idealizzato, quello per Naoko; dall'altra quello per Midori, più realistica e pragmatica. L'intreccio di storie che si verrà a creare è ricco di pathos e accompagna il lettore fino all'ultima battuta in un crescendo di sensazioni ed emozioni. E' un viaggio attraverso l'adolescenza e l'emergere di personalità tanto differenti in un mondo dove la singolarità è sempre più attaccata dall'omologazione e il conformismo.

Per concludere lascio la parola all'autore che descrive il suo romanzo così:

"Avrebbe dovuto essere un romanzo bello, malinconico, delicato e compatto. E siccome vivevo in Italia, annotai quel titolo in italiano: Il giardino sotto la pioggia. Tuttavia il romanzo stava diventando molto più lungo di quanto avessi previsto all'inizio, e non era più possibile definirlo <>. Era diventato un libro che aveva ormai troppa forza, una storia dall'odore di umanità troppo intenso per poterlo chiamare Il giardino sotto la pioggia..."

Atlier

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sabato 15 novembre 2008

A volte i commenti sono superflui...(quando le parole sono belle di per sé)

" Quel che provava dinnanzi alle cose rimaneva indefinibile, ed egli ne soffriva. La primavera era come una violenza. Leggere allora un libro sotto qualche albero! Interrompeva la lettura a mezza pagina,a caso, per alzarsi in piedi e tirare fino alla faccia un ramo quasi per farsi accarezzare. Ma avrebbe voluto chiedergli il permesso; guardando dinanzi le colline ricoperte di chiome candide e spioventi, mandorli e peschi, che pendevano da qualche parte, come se dovessero spargersi per terra. E, assicurandosi che nessuno lo avesse scorto, sospirava, ricomincindo a leggere.
Non aveva trovato ancora il libro per la sua anima."
Federigo Tozzi

venerdì 14 novembre 2008

Sulle ali della fantasia: una letteratura per pensare

Gli odori dei mestieri

Io so gli odori dei mestieri:
di noce moscata sanno i droghieri,
sa d'olio la tuta dell'operaio,
di farina il fornaio,
sanno di terra i contadini,
di vernice gli imbianchini,
sul camice bianco del dottore
di medicine c'è un buon odore.
I fannulloni, strano però,
non sanno di nulla e puzzano un po'.



da Filastrocche in cielo e in terra
(G. Rodari)


Un libro scritto per bambini è un libro scritto per qualcuno, dice Gianni Rodari, un libro dunque che si rivolge a qualcuno, non può essere letto come un libro scritto per tutti.
La grandezza di un libro che si rivolge ad un pubblico di bambini deve riuscire a racchiudere in sè, e allo stesso tempo conciliare, varie componenti fondamentali ed essenziali quali: la componente estetico-letteraria, quella psicologico-narrativa ed infine quella etico-pedagogica, sapendo mettere al centro del racconto il fanciullo con tutto il suo mondo e i suoi interessi.

Propri per via delle varie componenti, la letteratura dell'infanzia è fondamentale e determinante nel percorso evolutivo della personalità umana e il libro, depositario di cultura, con le sue potenzialità di veicolare valori, ideali, senza perdere il suo potere di fascinazione, deve essere posto, e porsi allo stesso tempo, come strumento primario ed eccelso per l'educazione.

La comunicazione dell'infanzia però, non si limita solamente al linguaggio verbale (letto o ascoltato), ma ha la necessità di essere supportato da immagini che permettano lo sviluppo dell'immaginazione e allo stesso tempo creino un ponte e un veicolo con la realtà che li circonda.
Una letteratura dedicata interamente all'infanzia comincia a delinearsi nel panorama letterario europeo solo a partire da XVII secolo, basandosi principalmente sulle fiabe di origini popolari.
Se si prendono in esame i primi testi, come la raccolta di fiabe di Basile, si nota come la destinazione non è precisamente quella di un pubblico di bambini come lo intendiamo noi oggi, piuttosto a caratterizzarla era l'uso di un tono legato al fiabesco.

Per narrazioni destinate esplicitamente ad un pubblico di bambini dobbiamo far riferimento alla raccolte di Perrault (1628-1703) che hanno come oggetto tradizioni orali e racconti fiabeschi di vario genere. Il grande rapporto che lega la letteratura dell'infanzia e le lettarture popolari fa sì che durante il Romanticimo questo genere letterario trovi terreno fertile, esempio sono i fratelli Grimm che scrivono le loro Fiabe per bambini e per famiglia (1812-1814) creando un nuovo linguaggio mitologico-simbolico.
"Al di là degli schemi della fiaba e della narrazione fantastica, la letteratura infantile del secondo Ottocento, a cui la diffusione della scolarità offrì un mercato sempre più ampio, vide l'uso di schemi ricavati della letteratura per gli adulti, con elementi avventurosi, sentimentali e umoristici: si venne a distinguere una letteratura rivolta ai più piccini, essenzialmente fiabesca e fantastica, e una letteratura rivolta ai ragazzi tra infanzia e adolescenza, di tipo più realistico, spesso con propositi pedagogici" (G. Ferroni, Storia e testi della letteratura italiana, vol IX, pp. 63-64).
Lo sviluppo italiano della letteratura per l'infanzia, lo raggiungiamo con due grandi nomi del secondo Ottocento: Collodi con Pinocchio e De Amicis con Cuore. Ma la produzione più ampia ovviamente si ha durante il Novecento, dove non si possono non ricordare nomi quali Gianni Rodari, Italo Calvino e Vamba; autori che hanno spesso scritto testi indirizzati esclusivamente ad un pubblico giovane.
Nel contesto contemporaneo nel quale viviamo, dove la cultura visuale ha preso il sopravvento, un libro è fondamentale durante il percorso di crescita e maturazione di un bambino, e di un ragazzo, le buone letture fatte e le illustrazioni che accompagnano il testo, possono essere di grande aiuto per lo sviluppo delle capacità di immaginazione.

Il progetto che l'editoria per l'infanzia promuove e porta avanti con successo, sebbene con qualche sforzo, è fondamentale per continuare a fornire stimoli ma soprattutto un investimento per la formazione di bambini e di giovani.

La creatività si può trovare in ogni materia: la creatività investe tutti gli aspetti della conoscenza, delle scoperte. E' questo che Rodari intendeva quando diceva: la creatività si può imparare, si può insegnare; il bambino deve essere educato a pensare.



Atlier


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giovedì 13 novembre 2008

Omaggio a Roma e non solo...

In Vagone

"Ecco Roma. I binari in doppia traccia
si ritorcono a lei come serpenti
cui la fumida belva incalza, schiaccia,
divora. Già nell'aria calma senti
Il mormorio del popolo che s'abbraccia,
dopo il riposo, i diurni stenti,
il mormorio del giorno che s'affaccia
dal cielo velato a nuvole candenti.
Eccoti, Roma mia, ti riconosco
nella cupola eccelsa vaticana,
nell'obelisco al Quirinal superno.
Eccoti, Roma, nel Pincio fosco,
nel fluir biondo della tua fiumana
che la tua storia al mar narra in eterno."

Ugo Fleres 15 novembre 1881



Sonetto pubblicato sulla rivista Cronaca Bizantina.

Fondata a Roma da Angelo Sommaruga, la rivista mondana e letteraria realizza il progetto di applicare alla letteratura i metodi della grande industria, con l'intenzione di fare di Roma, da poco divenuta capitale, il centro letterario più importante d'Italia. La Bizantina si propose come un vero e proprio centro di cultura, che seppe attirare, intorno al nome già prestigioso di Carducci, in funzione di guida eccelsa, le giovani speranze dell'ambiente letterario romano: da D'Annunzio a Scarfoglio, Matilde Serao e Salvadori (solo per citarne alcuni). Ad articoli di critica letteraria ed artistica si affiancarono rubriche mondane, inchieste, narrativa, poesia e molto spazio fu concesso anche all'influsso delle letterature straniere.


A questo punto viene da chiedersi: se dopo l'unità d'Italia, un gruppo di giovani intellettuali ecclettici e pieni di aspettative, ebbe la capacità di far convergere le proprie energie per dar vita ad una rivista molto apprezzata dai lettori, perchè, dunque, non prendere spunto dal passato?

Senza troppe pretese, con obiettivi sicuramente meno ambiziosi, questo è, in parte, lo spirito de Il Gianduiotto: lasciarsi travolgere dall'entusiasmo dei nostri illustri maestri e riprovare, nel nostro piccolo, a ricreare la stessa situazione di collaborazione, scambio e crescita.

Tutto questo senza ovviamente dimenticare che noi siamo SOLO studentesse di lettere... non abbiamo, certo, la presunzione di paragonarci ai grandi nomi del passato, nè vogliamo presentarci come loro eredi dirette!!

Stanche di sentir ripetere che la cultura non ha più valore, unicamente per il fatto che non garantisce guadagni economici immediati e rilevanti... Esasperate dall'atteggiamento di pietosa commiserazione di quanti ritengono che studiare lettere sia uno spreco di tempo, senza prospettive di futuro, abbiamo deciso di uscire dalle nostre piccole camere e condividere apertamente i nostri studi, le emozioni e le sensazioni di chi crede ancora, nonostante tutto, che, quegli strani volumi che chiamano LIBRI non siano fatti solo per riempire gli scaffali, ma per far volare le menti oltre gli stretti confini del reale!!


Anacletocornix


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mercoledì 12 novembre 2008

In bocca al lupo!!

Un saluto a tutte le colleghe del blog-rivista e un messaggio di benvenuto a tutti i lettori che vorranno condividere con noi emozioni, pensieri, riflessioni, postando, con commenti, i vari articoli!!

Anacletocornix

venerdì 7 novembre 2008

Cioccolata e letteratura? Non proprio.





"Avrà nel mondo letterario il compito di [...] suscitare preoccupazioni di serietà ed esigenze di pensiero, di critica, di stile nelle nuove generazioni". Si tratta di uno dei punti del programma di intenti del Baretti, la rivista fondata da Piero Gobetti come supplemento letterario de "La Rivoluzione liberale", sulle cui pagine si videro, tra le altre, le firme dei giovani Sapegno, Fubini e Montale. Scrivevano in anni duri, assediati dalla censura, con il fermo intento di creare un ponte tra la Torino in cui operavano e tutto ciò che il panorama europeo potesse offrire dal punto di vista di una letteratura non enfatica, mossa da impegno civile.
Tutto ciò lo carpimmo all'altezza dei capitoli centrali di un imbarazzante manuale di letteratura italiana contemporanea in programma come testo per l'omonimo esame. La tristezza di una così vile lettura, atta al conseguimento di 4 miseri cfu, spinse le nostre materie grigie in una improvvisa sete di voli pindarici e grandi imprese, e per il fortuito principio secondo il quale anche se proposti in maniera squallida i fatti degni di nota sempre notati saranno, i nostri studi furono scossi dall' acquisizione del dato di età del fondatore e della maggior parte dei collaboratori delle sopra citate riviste: molti di loro raggiungevano a stento i venticinque anni. Venire a conoscenza di ciò fu per noi il duro colpo che determinò l'inizio di queste pubblicazioni. Alla stessa età nostra quei ragazzi avevano già una rivista all'attivo, un'altra sul nascere e dovevano vedersela con il regime fascista in toto; ormai era chiaro, potevamo anche noi, grazie agli stessi mezzi, intraprendere la nostra piccola ma acerrima battaglia contro l'umiliante libro, la sua autrice e tutto ciò da essi rappresentato in termini di disturbo di questi nostri studi umanistici, scelti per romantica ansia di stimoli e di sapere. La mattina dell'esame ricevemmo l'ultima illuminazione, riguardante il nome da dare alla nostra futura rivista. Durante gli ultimi ripassi una voce si alzò più acuta delle altre: "Com'è che si chiamava quell'altra rivista? Baratti?". Baratti per Baretti fu galeotto e da lì fu chiaro che la nostra creatura non avrebbe potuto che chiamarsi "Il Gianduiotto", in onore di quell'unica vocale di differenza tra la famosa azienda dolciaria torinese e la sofferta opera di quel gruppo di giovani il cui impegno tanto è da ammirare.
C. P.
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giovedì 6 novembre 2008

Salve!

Eccoci qui pronte per questa nuova avventura: la mitica rivista Il Giandiuotto prende vita!
Non avremo la pretesa di fare concorrenza ai grandi ma sicuramente ci impegneremo perchè quanto scritto possa essere all'altezza di chi ha fatto della letteratura e della lingua italiana una scelta di vita!
Visto però che quello che sicuramente non ci manca è l'intraprendenza, non stupitevi se tra un commento a un libro e una poesia, compaia qualche articolo di moda o di turismo o addirittura una ricetta curiosa...fa parte del gioco!
Ogni argomento della vita quotidiana troverà spazio tra queste pagine telematiche purchè trattato con un pizzico di creatività e di originalità!
Dopo questi preamboli non mi resta che augurare a tutte in bocca al lupo e...leggeteci numerosi, aspettiamo commenti per intavolare varie discussioni!

A presto
Atlier
Buonasera a tutte.
Non senza impaccio nel capire come funziona, mi permetto di battezzare questo blog.
A dire il vero suona un po' come contraddizione: ho poca dimestichezza con i pc (come credo la maggioranza delle persone iscritte a Lettere, e non ce ne vergognamo... insomma non ancora!) e ho sempre pensato che tenere un blog fosse lontano dai miei interessi: non avrei mai esposto i miei fatti così pubblicamente.
Ma visto che qui non è di fatti personali che si tratta, bensì di riflessioni e interessi da condividere con personaggi autorevolmente illustri e competenti come le mie colleghe, ben venga! ( e fu così che 'sto blog si riempì di idiozie)
Addirittura vi ringrazio dell'opportunità di uno spazio di condivisone.
Anche se non vi vedo più tanto spesso ho un pensiero per tutte,

Tramutolo