
Madame de Stael ha dunque una visione educativa della cultura che si traduce in denuncia della frivolezza letteraria caratteristica non solo dei letterati ufficiali italiani, ma anche del pubblico, abituato a vedere nell’opera d’arte un prodotto di svago e non un momento di crescita e maturazione spirituale.
A rispondere alle provocazioni della scrittrice francese è Pietro Giordani, uno fra i più autorevoli esponenti della scuola purista dell’Ottocento, che approva l’esortazione della de Stael agli scrittori italiani affinché volgano il loro interesse agli studi e alle traduzioni per porre fine alla miserabile infinità de’ cattivi versi che ammorbano l’Italia, salvo poi assumere una posizione polemica nella conclusione. Infatti, sottolinea Giordani, se è vero che gli studi sono l’unica via che ne’ tempi presenti ci rimanga alla gloria (usando le parole della de Stael), è errato credere che tradurre opere moderne e straniere, sia occupazione utile e onorevole per gli intellettuali italiani, dal momento che i costumi, gli usi e i sentimenti dei popoli nordici poco hanno a che fare con la tradizione italiana.
Grande è soprattutto il contributo di Ermes Visconti che per primo, nel 1818, sistematizza sul Conciliatore le teorie di A. W. Schlegel e di Madame de Stael, che accordano ai temi storici e al rifiuto del fantastico e del superstizioso il prestigio e il primato tematico in quella che sarà la letteratura romantica.
Il dibattito sul rapporto tra letteratura e società è quello che causa maggiori scontri tra le visioni opposte di classicisti e romantici: i primi sottolineano come le opere devono emulare la perfetta bellezza dei classici antichi, moderni; i secondi invece identificano come imprescindibile la sintonia con la mentalità dei contemporanei.
Non c’è quindi da stupirsi se proprio la posizione romantica di grande apertura nei confronti di una società che sta rapidamente cambiando, permetterà la supremazia di questa sulla posizione dei classicisti.
Nonostante i grandi nomi che collaborano alla rivista e allo sviluppo culturale e letterario dell’Italia, quali Borsieri, Pellico, Pecchio e Berchet, è la figura di Manzoni quella che spicca maggiormente.
Se facciamo riferimento agli studi di Ezio Raimondi, possiamo notare come la figura del Manzoni sia interessante per quello che è il legame alla rivista del Conciliatore, ma allo stesso tempo per il suo superamento. Da prendere in esame per questo confronto, sono la prima introduzione al Fermo e Lucia e la lettera al Fauriel che Manzoni scrive il 17 ottobre 1820.
Ne la prima introduzione al Fermo e Lucia, Manzoni imposta il proprio dialogo con il pubblico secondo gli schemi della nuova retorica romantica rilanciando poi, in una versione più personale, le ipotesi e le forme del Conciliatore riguardo il problema del romanzo.
Il capitolo settimo di Avventure letterarie di Borsieri, il Pranzo, con la conversazione tra l’io che racconta, Pellico, Gherardini e uno sconosciuto oratore, mettono in luce tutte assieme quelle che sono le prospettive critiche che fanno da sfondo all’introduzione manzoniana: 1. l’Italia povera di romanzi; 2. una forma romanzesca che appartiene al genere filosofico ed all’eloquenza in quanto esprime le altre verità della filosofia intorno alle passioni; 3. la concezione per la quale non si possa intendere una letteratura davvero moderna, calata nei costumi del secolo, senza la riscoperta di un romanzo che insieme con il teatro comico, e coi buoni giornali sappia giungere all’umile cittadino, come dire a una moltitudine da educare e ingentilire attraverso la fantasia e il ragionamento (cfr. E. Raimondi, Il romanzo senza idillio, p.130).
Nel Fermo e Lucia, che si basa su quelli che sono i temi trattati da Pellico e Borsieri, viene introdotto anche il tema femminile, trattato spesso anche nella saggistica del Conciliatore, che non rimane marginale ma entra nei tessuti del romanzo. La nuova idea del romanzo e della figura femminile entra in molti dialoghi del romanzo, ad esempio il dialogo tra don Ferrante e il Signor Lucio, o nelle digressioni, come quella di Gertrude.
Manzoni si incontra con la concezione di Madame de Stael - e quindi con quella romantica - alla scoperta di un romanzo che in luogo dell’amore abbia come oggetto tutte le altre passioni degli uomini; un romanzo che allarghi il suo uditorio e arrivi non solo nei salotti borghesi, ma anche tra le campagne e i contadini.
L’escamotage di Manzoni di utilizzare un antico manoscritto sul quale basare la narrazione fa parte della tradizione letteraria alla quale aveva aderito l’inglese Scott per la stesura del suo romanzo, ma anche di quella che può essere fatta risalire ad Ariosto nell’Orlando Furioso; nell’opera manzoniana però assume connotazioni diverse. Il manoscritto esaminato nell’introduzione del Fermo e Lucia e ripreso più volte nel corso dell’opera, concentra una serie di tematiche che si riconducono alla querelle culturale del momento e apre la possibilità a riflessioni che riguardano contenuti e scelte contenutistiche, linguistiche e stilistiche che saranno poi il filo portante del romanzo stesso.
La prima considerazione che va fatta, riguarda la figura del narratore erudito. Già dall’introduzione del Fermo e Lucia, infatti, egli discorre con il pubblico riguardo i dubbi che potrebbero venire al lettore, che privato del manoscritto originario non può avere un riscontro di quelli che sono gli usi, i costumi e i fatti del tempo narrati da Manzoni. La costruzione di quest’io narrante non è altro che il double di Manzoni, l’editore del manoscritto, che si costituisce su quella che è la figura del letterato secondo gli ideali del Conciliatore (esperto conoscitore delle scienze, dell’economia e delle tecniche e non solo quindi di materia letteraria), ma al tempo stesso mediato o integrato dal moralista della Morale cattolica, dal critico delle Lettere e dallo storico dell’Adelchi. E’ un narratore enciclopedico ancora incerto sul proprio destino ma deciso a trarre partito da ogni esperienza per costruirsi la sua identità.
Quello che può dunque risultare antilirico perché processo di ricerca e di maturazione del narratore stesso, viene sfruttato ad arte da Manzoni che lo inserisce all’interno di una narratio e, ricollegandolo al sistema ideologico del Conciliatore, fa sì che la narrativa diviene la chiave di volta di una letteratura veramente moderna, tale da svolgere filosoficamente le fila delle nostre presenti passioni e de’ nostri costumi.
Il romanzo manzoniano, dunque, propone molte delle innovazioni della poesia non tollerate dal vecchio sistema letterario, cioè quelle strettamente legate al rapporto che viene ad instaurarsi tra letteratura e società evidenziato dal rinnovamento letterario dello stesso Manzoni: la corruttela delle lettere non può essere altro che smarrimento, o pervertimento delle idee, a meno che precisa, non si voglia ammettere una letteratura che non sia composta da idee.
La seconda considerazione riguarda la maschera del narratore che commenta un manoscritto del passato e sotto la quale si cela Manzoni. Tale figura è interessante per mettere in luce come Manzoni sviluppi l’idea della contrapposizione romantica tra una vecchia e una nuova letteratura e al tempo stesso permette all’autore di aprirsi uno spazio attraverso un discorso critico che funge da autocoscienza del romanzo al fine di sottolineare il proprio distacco dalla tradizione; ma anche per concedersi il diritto di ridiscuterle alla luce di una modernità che segna la nascita del romanzo storico.
La Prima introduzione al Fermo e Lucia ha però anche un particolare interesse anche per quanto riguarda la questione linguistica. Ci riferiamo all’autocritica di un linguaggio letterario, un codice narrativo, che si rifà al pastiche letterario in direzione della prosa saggistica del Conciliatore. E’ una riflessione che Manzoni apre a partire proprio dal linguaggio seicentesco del manoscritto il quale deve essere ripulito perché dimentico della purezza propria della lingua del cinquecento dovuta alla corruttela causata dalla dominazione straniera.
Si direbbe che veramente il reo gusto del secolo si fa sentire nello stile del vecchio scrittore ma che però vi è una certa fragranza (dico bene?) di lingua che ben fa vedere che di poco era spirato quell'aureo cinquecento, quel secolo nel quale tutto era puro, classico, lindo, semplice, nel quale la buona lingua si respirava per così dire coll'aria, si attaccava da sé agli scritti, dimodoché, cosa incredibile e vera! fino i conti delle cucine e gli editti pubblici erano dettati in buono stile. Che se nel secolo susseguente tutto si alterò, almeno almeno la corruttela non era straniera, era un lusso un abuso delle ricchezze patrie, una sazietà del bello o almeno non si leggevano ancora libri francesi, perché la Francia non aveva ancora quegli insigni scrittori che per disgrazia delle lettere ebbe dappoi. (A. Manzoni, Introduzione del Fermo e Lucia)



